Il testo più antico in cui appare il vocabolo “cassata” è il Declarus di Angelo Senisio (1305-1386), primo abate del monastero di San Martino delle Scale, un vocabolario siciliano-latino il cui manoscritto è stato pubblicato nel 1955 a cura del “Centro Studi Filologici e Linguistici Siciliani”. Qui la cassata viene definita cibus ex pasta pani et caseus compositus (cibo composto da pasta e pane di formaggio). Si doveva trattare di una specie di torta – contenente all’interno formaggio fresco – cotta al forno. Se invece la si riempiva con ricotta zuccherata, dolcificando anche la pasta, diventava un dolce.
La Duca esclude
che si debba trattare di cibo di origine araba. Nel 1872, Michele Amari aveva scritto che la cassata gli sembrava di origine araba, perché l’arabo Qas’ah vuol dire “scodella grande e profonda”, come la forma del dolce, ma questa etimologia non è stata condivisa da altri studiosi che hanno osservato che gli Arabi non hanno un dolce simile, né una qls vivanda con nome analogo.
Oggi per “cassata alla siciliana” si intende più che quella “infornata” ripiena di ricotta con zucchero, quel dolce ben diverso i cui ingredienti sono pane di Spagna, marzapane, crema di ricotta, glassa di zucchero e una ricca e policroma decorazione realizzata con frutta candita: zuccata, mandarini, pere, arance, susine e ciliege.
La creazione della “cassata alla siciliana”, come noi oggi la conosciamo, è dovuta soltanto al cavaliere Salvatore Gulì, la cui rinomata pasticceria si apriva lungo il corso Vitt. Emanuele. La pasticceria apre nel 1812 e scompare del tutto alcuni decenni fa. Il cav. muore nel 1890.
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